gossipornot.Perché col coronavirus ci siamo comportati da incoscienti, secondo la scienza

Come è normale in una situazione limitata ignota e in continuo divenire com'è quella per l'emergenza coronavirus le informazioni che riceviamo e i nostri utenti spesso non sono coerenti. Nel giro di un mese abbiamo assistito a due fenomeni apparentemente antitetici: quando le istituzioni predicavano calma, migliaia di persone si sono catapultate nei supermercati per comprare quanto più cibo possibile; adesso che governo e sanità non vogliono altro che spiegare quanto sia importante limitare i contatti, c'è chi organizza feste a casa o esce con gli amici anche con i locali chiusi.

Entrambe le fasi hanno scatenato l'aggressività nei confronti di questi due due gruppi di persone. Vieni in ogni situazione complessa, però, è opportuno fare un ragionamento causale. Quali sono i meccanismi che ci spingono a mettere in atto un comportamento pregiudizio lesivo, per noi e per gli altri, ignorando precise direttive delle autorità? È perché noi italiani siamo un popolo insofferente alle regole? È perché non siamo adeguatamente informati? È perché siamo stupidi?

"Per capire questa situazione," mi ha detto Renato Troffa docente di Psicologia Sociale all'Università di Cagliari, Roma Sapienza e Roma Lumsa, "Trovare Il sentimento del rischio, nelle masse, è un fattore molto complesso. Noi vogliamo vederlo come qualcosa di oggettivo, ma in realtà è fortemente condizionato da quella nella psicologia sociale. nostro background soggettivo, il tipo di ambiente in cui viviamo, e le informazioni di rimbalzo che ci arrivano dalle persone che stimiamo. Vediamo di buon occhio il governo o no? Le persone che stimolano sono preoccupate o no? noi si comportano in un determinato modo? Tutto questo ha un gran peso. "

Quando valutiamo un rischio, mi spiega Troffa, lo facciamo in base a tre direttive: la possibilità di farlo, quanto è probabile abile che questo evento accada, e quanto catastrofico può essere. E le informazioni che tentiamo di mettere insieme per una risposta, le reperiamo da due fonti: una centrale (notizie e dati oggettivi) e una periferica (il comportamento degli altri attorno a noi). "La prima tendiamo a seguirla principalmente se siamo molto interessati, o molto competenti su un determinato argomento. Se invece non lo siamo, tendiamo a valutare come si comportano gli altri attorno a noi."

Questo, in parte, spiega per quale motivo molte persone sembrino non voler rinunciare alle vecchie abitudini: in un clima di informazioni che oscillano, in cui è difficile farsi un'idea su un argomento così complesso, ci si affida al comportamento degli altri. I miei amici non sono preoccupati ed escono? Il mio istinto è di seguire il loro esempio.

"Ovviamente non dobbiamo pensare che queste persone non nutrano nessun tipo di paura", continua Troffa, "perché in realtà questi meccanismi sono molto più complessi. C'è un esempio del timore di essere giudicati: anche se nutro dei dubbi, tendo ad uscire perché temo di sembrare uno sciocco agli occhi dei miei amici. Il nostro cervello cerca continui atti di coerenza con la comunità di cui facciamo parte: se una cosa ce i dadi una persona che stimola, ha più valore. empirici magari detto il contrario. La cosa si amplifica, poi, se temiamo il giudizio di qualcuno che ha il potere su di noi: se tutti i colleghi vanno al lavoro e non fanno un lavoro intelligente, noi li seguiamo perché abbiamo paura delle possibilità di considerare la carriera . Perché il nostro capo potrebbe svantaggiarci, in seguito. "

Un altro fattore che ha un'importanza importante, è la nostra tendenza naturale a considerare sottostimare un rischio che indica in crisi le n ostre abitudini. "Quando le informazioni vogliono essere ambigue, come è avvenuto in queste settimane, c'è una parte di noi che vuole credere che in realtà il rischio sia minimo. Vogliamo proteggere la situazione di benessere preesistente, e quindi cerchiamo degli appigli per dare veridicità a chi ci dice che niente deve cambiare. "

Questa tendenza va ad amplificare un altro meccanismo della psicologia sociale: ovvero il fatto che le informazioni, specie se eterogenee, non si sedimentano allo stesso modo. Non basta, insomma, cambia versione ed avvalorare la nuova tesi con dati e azioni, per cancellare la vecchia tesi. "Se prima si è predicato tranquillità, e in noi il bisogno di tranquillità è forte, quell'input si sedimenta. Specie quando si tratta di problemi che limitano la nostra libertà: nel momento in cui ci sentiamo limitati, quelle libertà diventano più prioritarie di quanto lo sono prima. "

Come dicevamo, in questo clima lo sfondo personale fa la differenza. Il comportamento di chi correva al supermercato, e quello di chi ora è libero dal virus, ci sono antitetici, ma hanno in comune il componente dell'irrazionalità. "Dico irrazionalità, senza giudicare", specifica Troffa, "perché entrambi i gruppi agiscono secondo quello che si definisce 'ottimismo ingiustificato'. I primi, condizionati dalla loro cornice, credono che acquistando tutto il cibo che ridurranno il rischio; , condizionati da un'altra cornice, credendo che non modificando le abitudini, abbasseranno la paura. Che il problema sparirà. " Ed è un meccanismo, mi spiega Troffa, che si autoalimenta, una causa della "dissonanza cognitiva". Quando adottiamo un comportamento, lentamente il nostro cervello si adatta ad esso. "Se io esco, e io forzo una tariffa normale, un minimo di riduzione del panico e della paura del registro. Quindi sono portati a voler continuare."

Condannare questi acquisti, attaccando e trattando da stupidi chi si comporta così, può essere deleterio secondo Troffa. "Tutti noi abbiamo un'autostima e un'immagine sociale, e le tuteliamo. Attaccare con forza questa immagine, spesso si trasforma in un punto fermo. Perché le persone non hanno perso l'autostima."

E in tutto questo , cosa può fare il governo? Adesso tutta l'Italia è ufficialmente zona a rischio, ma su determinati acquisti sociali è quasi impossibile ottenere il controllo che si immagina. "Secondo me, stabilito tramite il governo è quella di prendere in considerazione anche i problemi correlati alla malattia. In maniera univoca, e chiara. Prendiamo lo smart-working: se lo rendi obbligatorio, sollevi il singolo dal suo bisogno di attenersi ai giudizi della sua cornice. "

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